Rassegna stampa


Assieme ad Hansel e Gretel, Pollicino è una di quelle favole che mi imbarazzano: come giustificare dei genitori che abbandonano i figli? Come farlo nonostante le mille giustificazioni che si possono trovare, dall’estrema povertà all’incapacità di sfamare la famiglia? Come motivare le loro scelte?
Ebbene, questo Pollicino genovese (nato dalla collaborazione del Teatro del Piccione e Teatro della Tosse) riesce a rispondere a queste domande; o, meglio, più che a rispondere, a riproporle. E a farlo sono proprio loro, i due genitori di Pollicino, i bravissimi Paolo Piano e Simona Gambaro (esilarante), che trasmettono tutti i sentimenti che pervadono i due genitori al momento della decisione: dal dolore dell’abbandono al pensiero che, in fondo, forse lasciare i figli nel bosco è meglio per tutti… I passaggi dei vari pensieri sui volti dei genitori sono straordinari, grotteschi, terribilmente divertenti. La storia, narrata ed interpretata, continua poi con l’incontro nella casa dell’orco, tra buio e luce, creando atmosfere giustamente spaventose (non è anche questo il senso della fiaba?:  presentare le paure per poterle affrontare, fortificarsi e crescere), fino alla pioggia d’oro nel cerchio finale che fa tornare la gioia. Spettacolo raffinatissimo, con due interpreti davvero d’eccezione che merita il coraggio di essere proposto a tutti, ragazzi e genitori.

Renata Rebeschini
Maggio all'infanzia, le recensioni, 10/6/2018

su Utopia, giornale web per il teatro ragazzi italiano


Pollicino, una fiaba che parla, tra le altre cose, di abbandono, di paura, di morte è stata la storia della quale Manuela Capece e Davide Doro della Compagnia Rodisio hanno curato la regia e la drammaturgia. I due attori, Simona Gambaro e Paolo Piano sono stati magistrali protagonisti di un racconto immersivo che comincia, come tutte le storie, con un fuoco centrale. Il pubblico non si ritrova a essere solo spettatore, testimone di una storia che si svolge inesorabile sotto i propri occhi, ma è chiamato a una riflessione profonda e contraddittoria. Il dialogo iniziale dei genitori di Pollicino non lascia trapelare alcun giudizio rispetto al loro comportamento: erano poveri, non potevano sfamare i propri figli e li hanno abbandonati. All’inizio dello spettacolo I due attori si rivolgono al pubblico dimostrando continui sbalzi d’umore: passano dalla gioia al senso di colpa, alla disperazione, dei lampi emotivi che ci investono con una luce violenta e sorridiamo e ridiamo e ripiombiamo nella pena. Genitori che abbandonano i propri figli al loro destino, soli, nel buio del bosco, con la propria paura. Come soli e al buio siamo noi spettatori: la musica esce dalle casse fortissima, stordisce e qualche bambino cerca rassicurazione tra le braccia dei genitori o chiede conferma rispetto alla finzione di ciò che sta vedendo. L’orchessa, invece, quasi in un ribaltamento delle certezze emotive, è una madre premurosa che non può fare a meno di accoglierti, fa scaldare i sette fratelli, o meglio, ci fa scaldare, perché è a noi che si rivolge. Ci fa mangiare bene e ci manda a letto, sfidando la folle crudeltà del marito, l’Orco. Un orco ricoperto di pelliccia che potrebbe essere chiunque e qualsiasi cosa, potrebbe racchiudere tutte le nostre più intime paure, l’uomo nero, senza volto, il volto lo conosciamo solo noi. Il passo è lento, pesante ed è sempre più vicino. Aspettiamo il momento in cui deciderà di sfondare la quarta parete e questo accade nel momento peggiore, quando brandisce un coltellaccio tra le mani e grugnendo salta da una sedia all’altra della platea, illuminato a tratti da una luce stroboscopica, e sembra essere dovunque. La sala piomba nel terrore. È troppo? Noi sappiamo solo di aver fatto un percorso, di essere stati tanti piccoli Pollicino e il nostro coraggio è stato premiato. A differenza dei media, che non permettono di metabolizzare le immagini, di porsi domande su ciò che stiamo guardando, il teatro ha il potere di farci ancora più paura, ma di stimolare domande, di entrare in contatto con la nostra intimità. I due attori, alla fine, si complimentano con noi per il nostro coraggio, siamo stati bravi. Ci accompagnano sulla soglia della storia, siamo usciti e ce l’abbiamo fatta, rallenta a poco a poco la tensione e festeggiamo con loro, più forti, più grandi, sotto una pioggia dorata.

Francesco Brusa, Nella Califano
Il dovere dell’artista al coraggio e la paura di noi spettatori, 23/5/2018

su Planetarium, osservatorio sul teatro e le nuove generazioni

Pathos [L’emozione della pedagogia]. È un’eterogeneità che spesso ci avvince e ci sorprende. Riuscendo a farlo per vie che sembrano tra l’altro totalmente opposte fra loro. Se il Pollicino di Teatro della Tosse e Teatro del Piccione (con la regia di Manuela Capece e Davide Doro) rende il palco un antro oscuro, una sorta di caverna gelida e spaventosa in cui siamo invitati a entrare, Zanna Bianca di Luigi D’Elia e Francesco Niccolini pare invece giocare più sulle tinte calde, sul recupero della descrizione naturalistica e paesaggistica, utilizzando la scena come una tela per dipinti in cui riverberano colori, precisi aggettivi e nomi propri di piante e di animali.
Entrambi partono dal vuoto. Simona Gambaro e Paolo Piano, gli attori di Pollicino, sembrano veramente minuscole figure nel nulla, mentre lo spazio teatrale si allunga in lungo e in largo diventando una prateria sterminata. Non c’è niente, nessuna scenografia, nessun oggetto o maschera, solo i corpi e le voci dei protagonisti. E sono proprio queste ultime, le voci interiori della tormentata coscienza di due genitori che hanno abbandonato i loro figli, a essere “sputate” e amplificate nel vuoto, fino a assumere una densità e una consistenza granitiche, fino a farsi esse stesse “scenografia piena”. Anche Luigi D’Elia ha poco attorno a sé: un fondale e alcuni lupi scolpiti in ferro che delimitano il suo spazio d’azione. Non ha bisogno di muoversi molto. O meglio, lo fa nel piccolo: sono micro-movimenti, gestualità minime e improvvisi scarti del dettaglio a veicolare la narrazione. A volte, l’emozione è tutta in uno scatto di mascella. Altre, la ritroviamo concentrata in una breve pausa del parlato. In generale, c’è una rispondenza esatta e potentissima fra luci, corpo e parola, che concorrono armonicamente a toccare quelle corde più sensibili e profonde del sentimento di noi spettatori.
Si tratta quasi di due diverse idee di teatro a confronto. Manuela Capece e Davide Doro spingono il pathos tutto verso l’interiorità. Aprono una voragine in scena che pare risucchiarci dentro di sé. Esplorano la coscienza, anzi il rimosso, non descrivono un bosco, con i suoi alberi e i suoi sentieri, ma la paura che si ha di quel bosco, ovvero la “selva” dantesca che è fatta solo di smarrimento e abbandono. Ci parlano da un fondo, da una fossa inaccessibile. Infatti, gli attori sono davanti a noi ma è come se li vedessimo dall’alto, ci sentiamo di sporgerci dalle nostre poltroncine per meglio scrutare. Al contrario, Luigi D’Elia e Francesco Niccolini ci ributtano contro lo schienale, seppur dolcemente. Per loro il pathos si risolve in una esteriorità pura e variopinta. Si concentrano sugli arbusti e sul fango, scivolano con le parole sul ghiaccio, raccontano dei colori del cielo e di un’eccitazione sensuale che si spande nell’aria. La loro è una vera e propria “drammaturgia della pelle”. Non della carne, che presuppone già un dentro, ma scrittura epidermica, testimonianza amplificata per recettori sensoriali.
Sono comunque domande adulte. Non a caso, non c’è mai un personaggio bambino in scena. Di fronte alla fiaba di Pollicino o alla fabula romanzata di Zanna Bianca, sia Capece/Doro che D’Elia/Niccolini si chiedono «come parla a me, “grande”, questa storia? Come mi scuote e mi impressiona?» Il loro teatro per e con i bambini sta allora tutto nella condivisione di una “debolezza” (della paura e dell’angoscia, ma anche del pianto e dell’incanto “facili”). Nel dismettere i panni dell’adulto, che si vuole forte e sicuro, senza però scimmiottare il bambino ma offrendogli uno spaesamento, altro ed enigmatico eppure comune.
Offrendogli il mistero dell’empatia e dell’emozione, che è già un principio pedagogico. Forse l’unico.

Francesco Brusa, Carlotta Tringali
Epica Etica Etnica Pathos. Un racconto da Bari, 25/5/2018

su Planetarium, osservatorio sul teatro e le nuove generazioni

Dopo aver assisstito a Milano per “Segnali” a due belle versioni della celebre fiaba “Pollicino “ in cui venivano messe in connessione poeticamente ed intelligentemente l'infanzia con la vecchiaia, abbiamo finalmente potuto assisterne all'attesa messa in scena, in qualche modo classica, del Teatro del Piccione, coprodotto con il Teatro della Tosse, su regia e drammaturgia della Compagnia Rodisio.
Lo spettacolo è nettamente diviso in due parti, nella prima, dominata dai due genitori dei celebri sette fratelli e dalla presenza di una casa troppo stretta per accoglierli tutti, vengono esplicitate in modo coerente e incalzante, attraverso una corroborante vis comica paradossale, tutte le dinamiche esistenti nella famiglia di Pollicino: la povertà assoluta che grava sulla casa, la soverchiante volontà della madre di famiglia sulla natura bonaria del padre, che nonostante tutto accetta l'abbandono dei figli nel bosco, la particolare intelligenza di quel figlio così piccolo ma così scaltro. Tra narrazione e interpretazione assistiamo poi all'abbandono dei ragazzi, alle inutili furbizie del ragazzo per tornare con i fratelli nella casa in cui è cresciuto e al loro perdersi nel fitto del bsco. Nella seconda parte lo spettacolo prende il volo in modo visionario, attraverso le musiche di Verdi e Wagner: l'orco con il suo coltellaccio e sua moglie, assisa ai piè del fuoco, escono piano piano dalle tenebre per infondere nei bambini quella giusta e doverosa paura che rendono ancora necessarie le fiabe.
Il buio e la luce del fuoco definiscono lo spazio e dipingono i personaggi in una scena dove tutte le armi che il teatro possiede vengono espresse in modo immaginifico e potente per narrare una storia esemplare.
E' però un mondo terribile quello che i bambini vedono rappresentato sul palco, dominato dalla morte, dove solo la pioggia d'oro finale che ricopre i genitori può rendere felice ; è compito poi a chi sta intorno al piccolo spettatore, assalito da una giusta paura che lo farà comunque crescere, prospettargli la possibilità che sono soprattutto gli affetti veri quelli che rendono la nostra esistenza degna di essere vissuta.
Simona Gambaro e Paolo Piano, orco, così diverso dalla sua natura “ umana”, superano brillantemente la prova a loro affidata da Davde Doro e Manuela Capece, che confermano sulla scena il loro riconoscibilissimo e originale stile compositivo e drammaturgico.

Mario Bianchi