Scheda didattica

La fame di una casa troppo stretta, il buio del bosco, l'odore dell'orco, l'intuito della fuga.
La felicità del ritorno a casa e un tesoro conquistato.
Pollicino è un invito a diventare grandi senza paura. O meglio, a dar voce a quella paura
sana in ogni distacco e necessaria a farsi forti sulle proprie gambe,
a trovare la strada nei momenti in cui tutto sembra troppo difficile.
E così imparare la fiducia di potercela fare.



SULLE TRACCE dello SPETTACOLO e della FIABA

Perchè fedeltà alla fiaba?

Le fiabe aiutano i bambini ad avviarsi sulla strada della vita, insegnando loro le grandi trame dell’esistenza, sulle quali comincia a disegnarsi l’anima. Pongono questioni semplici ma fondanti, che lavorano sull’inconscio di ognuno, creando idealità morali e modelli di comportamento. Parlano delle pressioni interiori percepite dal bambino in modo che possa comprendere le proprie emozioni e riesca a trovare da solo delle soluzioni alle proprie paure, esorcizzando le esperienze negative e facendo tesoro di quelle positive.
Come nella vita, le fiabe raccontano un percorso di crescita, un processo di individuazione pieno di difficoltà, durante il quale non si ottiene “tutto e subito” a dirci che è normale che la vita presenti degli ostacoli ma solo chi affronta le difficoltà in modo coraggioso ne uscirà vittorioso. L’insegnamento delle fiabe non è la morale ma la fiducia nel poter riuscire.

Le storie raccontate attraverso le fiabe si occupano di problemi umani universali. Scrive Italo Calvino nell’introduzione alla raccolta Fiabe italiane: “le fiabe sono vere; sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino” ovvero l'infanzia.
Le fiabe sono importanti perché offrono una risposta non esplicita ma simbolica al senso della vita, e questo linguaggio mediato è proprio ciò che permette il collegamento tra aspetto emozionale e razionalità: attraverso le fiabe i bambini hanno una prima consapevolezza del loro mondo emotivo, perché esse personificano e danno voce a sentimenti e conflitti interiori non facilmente esprimibili.
La fiaba non spiega, è viva, agisce, è energia in cammino. É  una narrazione emozionale.
È caratteristico delle fiabe esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conciso, molto netto: questo permette al bambino di afferrare il problema nella sua forma più essenziale e primaria, mentre una trama più complessa gli renderebbe le cose confuse.
La fiaba semplifica situazioni e personaggi, tutto è nettamente tratteggiato, senza le sfumature del reale. Grazie a questo è possibile una comprensione intuitiva e un'adesione immediata alle vicende e ai personaggi della fiaba, che non ha bisogno di un approccio concettuale ma vive per immagini, lavora nel profondo, parla attraverso simboli e archetipi, direttamente all'inconscio.

 

Ma quali sono simboli e archetipi di questa fiaba?
Vediamoli insieme: un eroe piccolo, l'abbandono, il bosco, la casa dell'orchessa, l'orco, il tesoro.


Perchè un eroe così piccolo?

Pollicino è il più piccolo di tutti, è l'ultimo dei fratelli eppure è lui che risolve le difficoltà, che invece di sconfortarsi cerca e trova soluzioni. È piccolo solo all'apparenza. È piccolo perchè si sente piccolo e incapace, tutti lo dicono così. É piccolo in mezzo ai grandi, orchi o genitori che siano, è con il loro mondo che deve confrontarsi, il mondo degli adulti. È piccolo ma crescerà. E se anche lui ce l'ha fatta, lui su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo, vuol dire che tutti possiamo farcela!


Perchè l'abbandono dei genitori?

Certo è ben poco rassicurante mettere in scena un abbandono. Da parte di due genitori, oltretutto. Ma con questo cosa vuole raccontarci la fiaba? Vuole raccontarci della separazione e dell'emancipazione. L'abbandono è l'immagine archetipica del distacco, quello che permette l’emancipazione emotiva, ovvero un allargamento del sé, un rafforzamento del principio di identità.

La casa è stretta, è povera, i genitori non hanno più nulla da dar da mangiare ai propri figli: metaforicamente, i figli hanno ormai bisogno di altro, di risorse che i genitori non possono più dare loro, richieste che non possono compensare. I figli hanno bisogno del mondo. Se non puoi dare, devi lasciar andare; se non hai, devi andare a cercare ciò che ti manca. Da questa mancanza ha inizio la fiaba, da una spinta al cambiamento, una ricerca.
L'abbandono racconta la necessità, l'inevitabilità, la forza di questo distacco, piccolo o grande che sia. Per dircene l'importanza la fiaba mette in gioco la sopravvivenza personale: vivere o morire. I genitori abbandonano non perchè sono cattivi ma perchè non ne possono fare a meno (fame, ristrettezza) e perchè è giusto che sia così: la vita richiede questo, richiede che i figli abbiano la possibilità di costruire la propria autonomia, di azione e di pensiero, dalle piccole alle grandi cose.

La fiaba non dice attraverso psicologismi, condensa tutto in un'immagine emblematica, perfino rudimentale nella sua nettezza. E soprattutto usa un'immagine drammatica perchè riconosce il dolore insito in questo passaggio e tutta la paura che fa.  Questo riconoscimento è fondamentale, mette al centro il vissuto emotivo del bambino, senza negarlo, senza dire che vuoi che sia, così è la vita, ci siamo passati tutti.  È solo alla fine della storia, quando si può dire con orgoglio di avercela fatta, che ci si volta indietro e si vede che quel dolore, quella paura, non solo erano affrontabili ma anche sono stati necessari.

C'è comunque da aggiungere che, purtroppo, oggi come in ogni tempo non è solo in chiave metaforica che si può parlare di abbandono: situazioni di estrema povertà vedono davvero madri che affidano i figli alla fortuna del viaggio, sperando che trovino nella loro strada un futuro migliore rispetto a condizioni di vita insostenibili. E che magari, come successe ai nonni dei nostri nonni, e come oggi succede a chi si trova a scappare lontano dal paese d'origine, trovino un tesoro anche concretamente economico e ne mandino parte a casa.


Perchè il bosco?

Viene il momento in cui la vita ci spinge nel grande bosco del mondo, dove si perdono i riferimenti del piccolo universo familiare, le quattro mura che sono abbraccio sicuro ma anche limite, contenimento che dà conforto ma altrettanto chiude, soffoca, non lascia spazio.
Il bosco, al contrario dello spazio protettivo della casa, è grande e sconfinato. Nel bosco ci si può perdere, anzi, ci si deve perdere. Perchè il bosco è proprio lì per disorientarci, cosicchè siamo costretti a cercare una nuova strada, non a ripercorrere quella solita di casa, rassicurante e conosciuta ma sempre uguale a sé stessa. Una nuova strada sorprendente, che saremo noi stessi a segnare attraverso i nostri passi: il nostro cammino nel mondo.
Non è certo facile, bisogna farsi saldi sulle proprie gambe per non cedere alla voglia di tornare indietro, alla paura di andar da soli, senza mano che ti porti per mano. È per questo che la fiaba racconta ben due abbandoni: nel primo Pollicino torna a casa, seguendo i sassolini bianchi, ed è solo nel secondo, laddove le briciole vengono mangiate dagli uccelli, che si trova veramente perso. Quasi come nel travaglio della nascita, la separazione avviene in un tempo lungo: un'alternanza tra il tempo della contrazione che spinge verso il fuori e il tempo del riposo che fa sentire ancora caldo abbraccio materno.  Alla prima prova di abbandono pollicino sperimenta che la propria casa-famiglia è ancora lì, ad aspettarlo a braccia aperte. Ma non è possibile restare. Ad un certo punto bisogna nascere alla vita: si è partoriti, si parte. Si parte per attraversare il bosco, nel viaggio del diventare grandi. Tagliato il cordone della simbiosi si può tornare indietro solo dopo aver conquistato la propria identità, il proprio nome e tesoro. Di nuovo ci sarà un abbraccio ad accoglierci, ma non sarà più la fusione indistinta dell'inizio, della prima infanzia. Torneremo diversi perchè dentro di noi avremo il mondo e la consapevolezza di chi siamo.
E per simboleggiare che è proprio la vita che vuole che ci si perda nel bosco, la fiaba ci dice che a mangiare le briciole sono gli uccelli, simbolo della natura che manda avanti le cose per come devono andare, secondo natura appunto.


Perchè la casa dell'orchessa?

Trova una nuova casa Pollicino. Una casa con il fuoco acceso e la cena sempre pronta e abbondante. Entra, anche se da subito sa che c'è un pericolo in agguato, viene persino avvertito. Entra in questa nuova casa-famiglia perchè non è ancora pronto, cerca ancora il rifugio in cui sono altri a darti da mangiare, metterti a dormire, decidere per te.  Ma come, Pollicino, non hai ancora capito che è il momento di fare da sé, di trovare le tue proprie di risorse che altri non possono darti? Non capisci che non è l'abbondanza esteriore la vera forza, la vera ricchezza?
La casa dell'orchessa, creatura grande, morbida, traboccante, fin troppo accogliente, è solo una trappola per chi cede alla paura e si illude di poter trovare rifugio mettendo a tacere il proprio intuito, istinto, la propria voce emotiva. L'orchessa mette a letto i bambini in un sonno che può essere letale, quasi un sonno della coscienza. Pollicino capisce, non si lascia mettere in trappola, per quanto sia dolce l'abbraccio, caldo il letto, grande la stanchezza. Si fa ancora una volta forza, prende coraggio e iniziativa, affronta la sfida della vita, va incontro alla paura. Perchè se non impari, se non trovi quella forza, finirai solo per essere mangiato.


Perchè l'orco?

L'orco non vede, non sente, non parla, solo mangia. Non ha pensieri, solo divora, tutto e tutti. L'orco è una bocca enorme e un coltello. Mangia la tua carne ma, metaforicamente, mangia la tua anima, la tua identità. L'orco non vede perchè non vede persone davanti a sè, persone con una propria individualità, una propria storia, un modo di essere e di pensare. Cerca solo cibo, tanto da non riconoscere neppure le proprie figlie e finire per divorare anche quelle.
La paura di essere mangiati, annullati, di non essere visti, riconosciuti, è nel suo estremo la paura della morte. Solo affrontando questa enorme atavica paura si può crescere e dire: io ci sono! Io sono io, e sono vivo!


Perchè le monete d'oro?

Compiuta l’impresa, pollicino diventa ricco, cioè acquisisce un possesso interiore, l’esperienza, la sicurezza. Le monete d'oro sono simbolo di una grande energia conquistata che è la conoscenza, la coscienza del proprio essere. Una conquista che porta con sé felicità.
Il tesoro è un'immagine simbolica che ci racconta questo, pur sapendo che le declinazioni della felicità sono varie e diverse per ognuno. Ma nella semplicità basica della fiaba cosa c'è di più desiderabile di una cascata d'oro luccicante?
Ciò che è certo è che il tesoro delle fiabe viene quasi sempre dalla strega, dall’orco, dal drago: la forza nasce dall’aver superato l’esperienza negativa, che sia paura, rabbia, pericolo. Il male è inevitabile, occorre riconoscerlo e trasformarlo in risorsa, in tesoro appunto.
Con questo tesoro conquistato Pollicino può finalmente tornare a casa. Diverso, cresciuto. Trova i genitori ad accoglierlo, a ribadire che non è per egoismo o cattiveria che l'hanno portato nel bosco ma per un bene più grande, per richiesta della vita stessa.


Perchè l'esperienza del teatro?

Abbiamo  già detto come le fiabe diano la possibilità ai bambini, e non solo, di entrare alla scoperta del proprio mondo emotivo. È possibile attraverso le fiabe apprendere schemi nuovi di comportamento, imparare a rispondere più efficacemente a situazioni difficili o di disagio. In questo modo si impara a non rimanere vinti dalle emozioni che si vivono.
Il teatro amplifica questa possibilità perchè fa del racconto un'esperienza diretta. I bambini si trovano immersi in un bagno emotivo che li travolge, vedono, sentono, respirano, vivendo in prima persona le avventure narrate, che accadono davanti ai loro occhi. Tutto è possibile e vero: il fuoco, il coltello, la nebbia del bosco, basta un passo per essere davvero dentro la storia.
 
Non a caso nello spettacolo non si vede mai Pollicino: i veri pollicini sono i bambini del pubblico che attraversano i luoghi della fiaba. La barriera tra narrazione ed esperienza si fa sempre più sottile, fino allo sconfinamento dell'orco in platea che diventa una paura concreta, vicina, viva. È questa paura da affrontare ed esorcizzare per poter conquistare il lieto fine della storia e poter godere del tesoro nelle sue parole finali: bravi bambini, siete stati bravi e coraggiosi. Anche i piccoli spettatori, come l'eroe della fiaba, hanno compiuto un viaggio, un'avventura alla fine della quale ritrovarsi diversi, un poco cresciuti.

 

contatti:
Teatro del Piccione - Paolo Piano +39.347.4467008 - +39.010.2724046 - teatropiccione@hotmail.com  
Teatro della Tosse - Daniela Ottria  +39.010.2487029 - teatroragazzi@teatrodellatosse.it

www.teatrodellatosse.it